Lena
Blaudez, Il poliziotto, un uomo in uniforme
Etienne
Borgers, Aiuto ! Gli ‘sbirri' sono ovunque
Simona
Mammano, Carabinieri e Polizia
Maurizio
Matrone, Il poliziotto anarchico e rivoluzionario
Il
poliziotto, un uomo in uniforme
Lena Blaudez, Autrice
di romanzi noir e giornalista, Berlino
Traduzione dalla versione francese:
Ottavia Marchiori
Un uomo in uniforme, che cos'è? Qualcuno
come te, qualcuno come me. E se fosse, invece, un po' diverso?
Semplicemente vestito in modo adeguato e
membro autorevole di un gruppo vestito in modo uniforme? Un organo
di esecuzione autoritaria di un potere? O un eroe alla Gary Cooper
in stile Mezzogiorno di fuoco?
Agli inizi degli anni Ottanta, a Berlino,
capitale della RDA (Repubblica Democratica Tedesca, ndt ),
un uomo in uniforme (u.i.u.), intimò: «Mi mostri la
sua carta d'identità! Molto bene! È mezzanotte e mezza
e lei passeggia da queste parti, quando invece vive altrove. Ne prenderò nota.
Lei quindi fa parte di quelle che proclamano "Dalle spade ai
vomeri degli aratri", vero? ».
A metà degli anni Ottanta, sul confine
ungro-jugoslavo, un u.i.u. intimò: «Farebbe meglio a
riconoscere di voler fuggire! Che ne pensa: che sensazione sarebbe
se spegnessi la sigaretta sul suo polso?»
Agli inizi degli anni Novanta a Lagos in
Nigeria, un u.i.u. puntando il mitra intimò : « Give
me money or you are dead! »
A metà degli anni Novanta a Cotonou
nel Benin, un u.i.u. intimò: «Scenda! Lei ha appena
percorso una strada a senso unico in contromano. Di conseguenza,
la sua auto è confiscata… D'accordo, 500 CFA (Franchi della
Comunità Finanziaria Africana, ndt ) e la faccenda è dimenticata.
Andiamo a bere qualcosa? La invito io».
Alla fine degli anni Novanta a Berlino, capitale
della Repubblica Federale Tedesca, un u.i.u. intimò: «Scenda!
In bicicletta sul marciapiede, sono 20 euro… No, ha ragione, non
rischierei la vita qui sulla strada. Ma sono 20 euro».
Chi è allora quest'uomo in uniforme?
Qualcuno come te, qualcuno come me, che importa. Ma se fosse, in
un certo qual modo, più uniforme?

Aiuto
! Gli ‘sbirri' sono ovunque
Etienne Borgers
Traduzione dalla versione francese:
Ottavia Marchiori
Il romanzo poliziesco
usa e abusa della polizia…
Eppure, il romanzo poliziesco
si è sviluppato
innanzitutto favorendo l'investigatore privato, dilettante o professionista,
erede dell'avventuriero dei feuilletons del XIX secolo,
immerso in intrighi a enigma ; ma ben presto la polizia fece parte
dell'insieme, come ausiliaria dell'investigatore privato, e soprattutto
come l'immagine della giustizia e della punizione del crimine.
È sufficiente
ritornare col pensiero a Edgar Allan Poe e al Conan Doyle delle avventure
di Sherlock Holmes, tappe importanti della tradizione anglo-sassone.
Essenzialmente
tesa all'equilibrio e alla normalità,
la ricerca del romanzo poliziesco delle origini serviva a ristabilire
l'ordine e la normalità in una società rappresentata
come improvvisamente sottomessa al disordine del crimine. Di preferenza
crimine di sangue, la più grande delle trasgressioni, l'inammissibile
contro cui l'investigatore è l'eroe che si batte per scoprire
la soluzione dell'enigma; la sua ricerca e la sua lotta devono, nel
finale, riportare l'ordine, l'equilibrio e la buona creanza in una
società immutata, raramente criticata nelle sue basi nel testo
di fantasia che ne scaturiva.
Col susseguirsi degli
sviluppi e delle varianti introdotte nel romanzo poliziesco, presto
diventò chiaro a molti autori
che quelli che sono quotidianamente in contatto con l'inammissibile
si trovano in seno alle organizzazioni di polizia. Nelle sezioni
che indagano sugli omicidi. E pian piano il secondo eroe ricorrente
che creerà il romanzo poliziesco del XX secolo sarà colui
che è nel cuore stesso del sistema giudiziario: l'agente di
polizia.
Si ritornava quindi alle
fonti del romanzo poliziesco francese, con i poliziotti e le loro
inchieste ufficiali, da Vidocq a Gaboriau. Modernizzati, ben inteso,
adattati all'epoca dell'autore… per
arrivare alla creazione magistrale del commissario Maigret ad opera
di Simenon, personaggio di poliziotto che animerà circa 80
volumi a partire dalla fine degli anni Venti, la cui influenza fu
enorme su questo genere di letteratura. Attraverso diversi percorsi,
il personaggio centrale del poliziotto diventerà un elemento
inevitabile del romanzo poliziesco, sia francofone che anglo-sassone.
Anche
se la tradizione americana creerà uno
degli archetipi più solidi del romanzo poliziesco moderno:
il detective privato, quell'investigatore privato professionista
alle prese con un mondo più realistico di quello dei suoi
predecessori, che crede di essere a volte giustiziere e che non riesce
in tutte le sue imprese, messo a dura prova dalla vita e da una società che
non sempre accetta così come la scopre. Il versante americano
del romanzo poliziesco finirà anch'esso per concentrarsi sul
ruolo dello sbirro, sia nei thriller che mescolano azione e inchieste,
sia nei romanzi noir. Lo slittamento verso il personaggio
centrale dello sbirro si verificherà tanto più rapidamente
che il mito del detective privato all'americana sarà « iper-sfruttato» nella
letteratura poliziesca noir di ogni origine, e nei suoi pastiches,
a partire dalla fine degli anni Cinquanta…
Senza dimenticare la sua
magistrale trasposizione cinematografica a partire dagli anni Quaranta,
un adattamento del personaggio del « privato » uscito
direttamente dalla letteratura poliziesca americana hard-boiled e noir che
darà vita ai primi capolavori del film noir. E ad
una sovra-rappresentazione del mito del privato.
L'apparizione dell' 87° distretto
di Ed McBain e dei suoi poliziotti – saga iniziata nel 1956 e proseguita
fino ai giorni nostri- è uno dei sorprendenti esempi di questo
ritorno del personaggio del poliziotto, dopo il regno del « privato ».
In
più, a partire dagli anni Ottanta, si assisterà all'entrata
in forza della polizia nei romanzi criminali anglo-sassoni, soprattutto
americani. Ma questa volta i criteri di selezione si allargheranno,
e il romanzo poliziesco recluterà medici legali, squadre speciali
anti-tutto ciò che si può immaginare (dagli stupefacenti
al terrorismo), poliziotti della « polizia delle polizie » (i
famosi ‘Internal Affairs'), uomini della polizia giudiziaria, dei
servizi di scorta, e così via.
Senza parlare dell'entrata in
forza - negli anni Novanta - dei reparti scientifici delle diverse
polizie, prolungamento sottile del medico legale, anch'egli avviato
sul cammino del superlavoro nella letteratura poliziesca. D'ora in
avanti sono gli esperti scientifici ad essere gli elementi-chiave
privilegiati degli intrecci e della risoluzione degli enigmi.
Bisogna
proprio arrendersi all'evidenza: la polizia ha letteralmente invaso
il romanzo poliziesco della fine del XX secolo e dell' inizio del
XXI secolo.
Senza dimenticare i feuilletons e
le serie televisive poliziesche. Anche qui l'adesione è massiccia,
in questo medium popolare dove le serie conoscono attualmente il
successo di massa che apparteneva alla letteratura di genere durante
il XX secolo fino alla metà degli anni Settanta, romanzi polizieschi
compresi. I serial polizieschi che mettono in scena poliziotti-investigatori,
commissariati, sbirri di strada e specialisti della polizia scientifica
sono in costante espansione fin dagli anni Ottanta, al punto da essere
onnipresenti negli attuali programmi TV francesi, inglesi e americani.
Nessuno può più sfuggirvi.
Anche se, nell'abbondanza
di romanzi e serie televisive che hanno lo sbirro come personaggio
principale, si può trovare
qualche autore che trae il proprio eroe ufficiale dai meandri più oscuri,
se non del tutto noir, della società moderna, bisogna
però riconoscere che la maggioranza delle storie che ci vengono
raccontate ci ammanniscono di nuovo il pacificatore dei romanzi-enigma
dei primi tempi, ma questa volta nelle vesti di un poliziotto, rinforzando
così l'immagine della ricerca di normalità e di equilibrio
nella società moderna ad opera un personaggio di cui questa è la
vocazione ufficiale. E giurata.
Perché? Le nostre società attuali hanno
talmente bisogno di rassicurazione che bisogna esibire l'immagine
tranquillizzante del potere paternalista e repressore attraverso
questa polizia di fantasia, un inizio di rassicurazione reclamata
da un pubblico che solo in questo modo sembra trovarne un po'? L'esorcismo
dei suoi demoni? Di quelli della società?
D'altra parte, il mistero – e la ricerca della sua
soluzione - è una delle grandi componenti della psiche umana,
un richiamo primordiale che viene dal fondo della nostra umanità,
un'immagine deformata dalle domande esistenziali che albergano nel
fondo di noi stessi. Questo mistero che mobilita, che è alla
base della curiosità scientifica, delle superstizioni, delle
religioni… e del romanzo poliziesco in generale. Il mistero che può essere
interpretato e risolto dal mago. Come quegli investigatori scientifici
così popolari, poiché utilizzano la magia, una conoscenza
riservata alle loro caste e completamente impenetrabile da parte
dell'uomo ordinario; è attraverso la magia che i suoi investigatori
spiegano il mistero, che essi dipanano la crisi. Al lettore, o allo
spettatore, è richiesta unicamente la fiducia. La rassicurazione è la
ricompensa.
Nel frattempo, la polizia
che ci circonda crede di essere moderna, senza che si sappia veramente
quale dimensione dare a questo aggettivo. Certo, come per il passato,
c'è una certa
polizia che dovrebbe servire il cittadino direttamente, proteggendolo
e aiutandolo. Se la strada è certamente il luogo in cui si
vede meglio l'esercizio di tale capacità, a diretto beneficio
del cittadino, negli altri campi in cui la polizia agisce, il suo
ruolo e i suoi scopi restano molto generici ed aleatori. Invece,
il potere ufficiale – qualunque esso sia - è rimasto il motore
del braccio armato di questa polizia, un potere politico pronto a
rivolgere l'arma contro coloro i suoi presunti protetti. Questa polizia « moderna » non
ha saputo essere moderna se non per controllare meglio il cittadino,
reprimerlo meglio, e proteggere meglio i super-benestanti e i detentori
del potere. Come per il passato… Non cambia granché. Tranne
il fatto che la modernità permette al potere politico di fare
a gara per mettere una fifa nera alle menti deboli –sistematicamente
e cinicamente, attraverso i mass media sempre meno indipendenti-
e di condurli, gregge belante, a rivendicare ulteriori controlli « moderni » di
cui saranno le prime vittime. Con lo zelo poliziesco come sfondo.
Non di rado pronta al
peggio, senza molta responsabilità sulle
questioni fondamentali, questa polizia in Europa vive sullo slancio
della sua grande tradizione di fornicazione con l'« homo
politicus ». Ma nel nostro censimento dei personaggi principali,
non dimentichiamo gli psicologi di ogni sorta, alleati venuti in
soccorso del potere giudiziario e dei tecnocrati. Psicologi che hanno
attualmente invaso in forza i nostri romanzi detti polizieschi … per
non parlare delle aule di tribunale nella vita reale. Altri gran
sacerdoti di una falsa scienza che ha raggiunto lo statuto di religione
nei nostri tempi moderni, questi psicologi, complici di tutte le
manipolazioni mediatiche, supporto occulto della pubblicità,
dei media televisivi e … della presentazione del politico all'elettore,
sono onnipresenti, e anch'essi sono diventati i maghi della letteratura
poliziesca attuale. Pensate ai vostri thriller e best-seller preferiti.
E non finisce qui. Presto si farà appello a loro in forza:
non si è appena « scoperto » che le
stimmate del delinquente sono rilevabili fin dall'età di tre
anni? Suppongo che presto si torneranno a misurare i crani e la lunghezza
del naso, parallelamente ai test magici che si presume misurino la
mente. Il loro avvenire è assicurato… L'alleanza del Mago
e di Pinocchio. Nella realtà e nella finzione poliziesca.
Nella nostra vita quotidiana…
Che l'agente della strada
mi perdoni, ma non vedo una polizia vicina al cittadino, così cara alla propaganda politica.
Invece, nel thriller e nel romanzo poliziesco tradizionale moderno, è onnipresente… Vi
si vedono sbirri dappertutto!
La letteratura mainstream,
che ha dato le dimissioni da più di cinquant'anni, non tratta
più i
veri problemi della società e non è di aiuto alcuno.
Urge quindi riflettere sul romanzo noir, spesso molto pessimista,
ma che sembra essere il solo ad aver trattato con lungimiranza i
temi della corruzione, delle derive poliziesche e della vera lotta
contro il Male e l'omicidio.
Il romanzo noir sarà il
solo rimedio al virus poliziesco e alla febbre autoritaria, l'ultimo
baluardo di fronte alla pandemia relativa alla pubblica sicurezza
che amano diffondere gli apprendisti stregoni i quali, dall'alto
del loro potere, si proclamano nostre guide e nostri protettori.
E ci governano.

Carabinieri
e Polizia
Simona Mammano
Simona Mammano, nata a Bologna, si è laureata
in filosofia con una tesi sulla autonarrazione. Assistente Capo
della Polizia di Stato, collabora con un magistrato della Direzione
Distrettuale Antimafia di Bologna. È membro del direttivo
del Siulp provinciale di Bologna, per il quale dal 1997 cura il
premio Franco Fedeli, assegnato al miglior libro poliziesco italiano.
Collabora per il Siulp al Laboratorio di Comunicazione per la facoltà di
Giurisprudenza dell'Università di Urbino. È consulente
di alcuni scrittori italiani. Per il mensile Polizia e Democrazia
scrive articoli di attualità e tiene la rubrica L'angolo
del giallo. Collabora con Thriller Magazine (www.thrillermagazine.it)
e con la rivista trimestrale Delitti di carta, fondata
da Renzo Cremante e Loriano Macchiavelli, curando la rubrica Procedure.
Mi sono sempre chiesta cosa
pensasse la gente sull'utilità di avere due forze di polizia
in Italia: i Carabinieri e la Polizia. Esiste anche la Guardia di
Finanza, ma, per fortuna, ha compiti differenti. Intanto cosa intendo
per “la gente”? Per noi in divisa è quell'insieme indifferenziato
di persone che non appartengono alle forze dell'ordine: “i civili”, “i
cittadini”, come vengono definiti. In un certo senso il mondo si
divide secondo una cesura netta: “noi” e “loro”.
Ma, chi siamo “noi”, questa
categoria che pone se stessa in alterità con i cittadini,
nettamente divisa da tutte le altre? Questa separazione ci rende
diversi dagli altri. Perché non ci sentiamo anche noi cittadini?
Risentiamo così prepotentemente del potere che crediamo di
avere sugli altri, così da non unirci a loro?
Tuttavia c'è un altro
problema che rende il nostro lavoro più difficile, non di
ordine interiore come il precedente ma pratico, che può tradursi
in un'incomprensione tra noi e i cittadini. Si tratta di questo:
all'interno di quel “noi” c'è un'ulteriore spaccatura, il “noi” polizia
e il “noi” carabinieri. Benché abbiamo lo stesso compito di
controllo e di indagine, e forse proprio per questo, agiamo in regime
di concorrenza, vale a dire che un “noi” non sa cosa fa l'altro “noi”,
per una sorta di schizofrenia. Mezzi e uomini (sempre troppo pochi)
impiegati parallelamente, dove ognuno non può disporre delle
informazioni che l'altra parte è riuscita a raccogliere su
una stessa indagine.
Per trovare una forma di
collaborazione, che altrimenti sarebbe impensabile, si è arrivati
al punto che la mia città è stata divisa in spicchi
con polizia e carabinieri che agiscono, in un quartiere o in un altro,
secondo un calendario ben definito, naturalmente sconosciuto ai più.
Il cittadino quindi chiama il 113 per la richiesta di un intervento
e si sente rispondere dalla centrale operativa: “Oggi questa via è di
competenza dei carabinieri, deve chiamare loro. Glieli passo direttamente?”.
E' spiazzante.
Ovviamente ciò è necessario
per ottimizzare il rapporto tra uomini e territorio, ma per le indagini
come funziona? Ognuno per proprio conto.
Per usare una metafora che
possa rendere l'idea, è come un rapporto competitivo tra fratelli,
dove il genitore ha il compito di regolare i contendenti. Questo
incarico ingrato è nelle mani del magistrato che segue l'indagine
e, come un funambolo, deve mantenere i giusti equilibri, con indubbie
doti diplomatiche.
Diventa quindi un'eterna
corsa, dove i due “noi” si avvicendano in testa.
Ma in tutta questa gara cosa
ci guadagnano “loro”, i civili, i cittadini? Possono tenere aggiornato
il punteggio al cartellone, come in una partita di rugby, oppure
iniziare seriamente a chiedersi quale sia l'utilità di questo
spreco. E pretendere una risposta.

Il
poliziotto anarchico e rivoluzionario
Maurizio Matrone
Maurizio Matrone (Verona
1966) è un poliziotto e lavora a Bologna. Dopo le Belle
Arti si è laureato in Pedagogia. Pubblica romanzi polizieschi,
racconti per antologie e riviste specializzate, opere per il teatro,
l'arte e i ragazzi. Ha scritto anche saggi sul lavoro del poliziotto
in materia minorile, sul cinema poliziesco e sceneggiature per
la TV.
Erba Alta, Il mio nome è Tarzan Soraia (entrambi
pubblicati da Frassinelli) e Delitti per le feste (ed.
Aliberti) sono i suoi romanzi più recenti.
E' membro dell'Associazione Scrittori Bologna.
Ho sempre pensato che il poliziotto, il
poliziotto ideale, dovesse essere semplicemente anarchico e rivoluzionario.
Anarchico, in quanto cultore della responsabilità, rivoluzionario
in quanto ricercatore della verità.
Per queste mie affermazioni sono stato spesso tacciato di comunismo. Peraltro,
nel mio ambiente lavorativo, è facile scambiare per bolscevico il
lettore del quotidiano “la Repubblica”.
Oggi, che sono un po' meno idealista, vuoi per l'età, vuoi per la
consapevolezza dovuta all'età stessa, mi sento un tantino più esigente.
Ho imparato, o almeno così credo, offrendo nient'altro che il mio
punto di vista di poliziotto e cittadino, che sia la verità quanto
la responsabilità, poiché esistenti in ragione delle loro
aggettivazioni, e non potendo dimostrarsi assolute rispetto “a” un qualcosa,
risultino ineluttabilmente insoddisfacenti per disegnare la figura del
poliziotto ideale.
Il poliziotto che avevo esaltato, infatti, senza la tensione a qualificare,
a dare un senso, alle sue virtù, non riuscirebbe a erigersi come
esempio in un sistema poliziesco che si pone all'esatto contrario.
E pertanto, il poliziotto ideale, conscio della complessità che
lo circonda, dovrebbe essere al più intenzionalmente anarchico
e rivoluzionario.
Un poliziotto che, dunque, ricercando le verità, fa proprie le responsabilità.
E c'è una bella differenza.
La prima e ultima azione anarchica e rivoluzionaria della polizia italiana è da
ricercarsi nel movimento che diede vita alla Legge 121/81 la quale, affrancando
la polizia dal sistema militare rendendola un organismo laico e civile,
istituì i sindacati (ma senza lo strumento dello sciopero) per i lavoratori della
polizia, ribadì la centralità dell'organismo civile a capo
della pubblica sicurezza, sancì la peculiarità dell'aspetto
preventivo rispetto a quello repressivo, diede il via all'ingresso femminile
e a una nuova figura investigativa altamente professionalizzata, l'ispettore.
Non voglio qui elencare quanto di irresponsabile e di reazionario è stato
fatto dopo questa legge (capovolgendone in pieno lo spirito innovativo
e propositivo), né spiegare i motivi politici che hanno permesso
- e permettono - tutto questo.
Potrei cinicamente affermare che abbiamo la polizia che ci meritiamo, ma
quello che mi preme è sollecitare una conoscenza, un'attenzione,
più approfondita del mondo della polizia. Basti pensare che il poliziotto,
il carabiniere, il finanziere dello Stato ha più doveri e meno diritti
degli altri lavoratori, non ultima la disparità di trattamento in
ambito disciplinare dove la parola del superiore vale più di quella
del subalterno.
L'universo “sicurezza” dunque, popolato da una parte (quella statale) da
poliziotti, carabinieri, finanzieri e penitenziari e dall'altra (quella
locale e privata) dalle polizie municipali e vigilantes, gioca un ruolo
determinante per la salute e la stabilità della nostra democrazia.
Non solo. Il “bene” sicurezza – in tutte le sue accezioni - ha un prezzo
elevatissimo dovuto a sprechi di risorse umane ed economiche e sfugge – in
primis per la sua proverbiale non trasparenza - al “controllo” democratico.
Non vorrei, cioè, che in questa bizzarra guerra dei “programmi” elettorali,
si accettino supinamente dei numeri miracolosi, delle statistiche straordinarie,
dei proclami innovativi, delle improbabili fiction televisive, delle proposte
demagogiche sul tema lontane dalla realtà.
E nemmeno vorrei mai percepire diffidenza o paura nei confronti della polizia
perché significherebbe non vivere in un paese democratico.
Mi piacerebbe, insomma, che ciò che sembra non riescono ad essere
i poliziotti, lo siano, visto che lo spazio ancora c'è, i cittadini.
Anarchici e rivoluzionari.
Cosicché anche i lavoratori/poliziotti/cittadini potranno riuscirci.
Ma per davvero e non solo idealmente.
