Il giallo europeo nel mirino
n°5 Maggio-Giugno-Luglio del 2006

 

La polizia moderna
e il cittadino europeo

 

Lena Blaudez, Il poliziotto, un uomo in uniforme

Etienne Borgers, Aiuto ! Gli ‘sbirri' sono ovunque

Simona Mammano, Carabinieri e Polizia

Maurizio Matrone, Il poliziotto anarchico e rivoluzionario

 


Il poliziotto, un uomo in uniforme

Lena Blaudez, Autrice di romanzi noir e giornalista, Berlino
Traduzione dalla versione francese: Ottavia Marchiori

Un uomo in uniforme, che cos'è? Qualcuno come te, qualcuno come me. E se fosse, invece, un po' diverso?

Semplicemente vestito in modo adeguato e membro autorevole di un gruppo vestito in modo uniforme? Un organo di esecuzione autoritaria di un potere? O un eroe alla Gary Cooper in stile Mezzogiorno di fuoco?

Agli inizi degli anni Ottanta, a Berlino, capitale della RDA (Repubblica Democratica Tedesca, ndt ), un uomo in uniforme (u.i.u.), intimò: «Mi mostri la sua carta d'identità! Molto bene! È mezzanotte e mezza e lei passeggia da queste parti, quando invece vive altrove. Ne prenderò nota. Lei quindi fa parte di quelle che proclamano "Dalle spade ai vomeri degli aratri", vero? ».

A metà degli anni Ottanta, sul confine ungro-jugoslavo, un u.i.u. intimò: «Farebbe meglio a riconoscere di voler fuggire! Che ne pensa: che sensazione sarebbe se spegnessi la sigaretta sul suo polso?»

Agli inizi degli anni Novanta a Lagos in Nigeria, un u.i.u. puntando il mitra intimò : « Give me money or you are dead! »

A metà degli anni Novanta a Cotonou nel Benin, un u.i.u. intimò: «Scenda! Lei ha appena percorso una strada a senso unico in contromano. Di conseguenza, la sua auto è confiscata… D'accordo, 500 CFA (Franchi della Comunità Finanziaria Africana, ndt ) e la faccenda è dimenticata. Andiamo a bere qualcosa? La invito io».

Alla fine degli anni Novanta a Berlino, capitale della Repubblica Federale Tedesca, un u.i.u. intimò: «Scenda! In bicicletta sul marciapiede, sono 20 euro… No, ha ragione, non rischierei la vita qui sulla strada. Ma sono 20 euro».

Chi è allora quest'uomo in uniforme? Qualcuno come te, qualcuno come me, che importa. Ma se fosse, in un certo qual modo, più uniforme?


Aiuto ! Gli ‘sbirri' sono ovunque

Etienne Borgers
Traduzione dalla versione francese: Ottavia Marchiori

 

Il romanzo poliziesco usa e abusa della polizia…

Eppure, il romanzo poliziesco si è sviluppato innanzitutto favorendo l'investigatore privato, dilettante o professionista, erede dell'avventuriero dei feuilletons del XIX secolo, immerso in intrighi a enigma ; ma ben presto la polizia fece parte dell'insieme, come ausiliaria dell'investigatore privato, e soprattutto come l'immagine della giustizia e della punizione del crimine.
È sufficiente ritornare col pensiero a Edgar Allan Poe e al Conan Doyle delle avventure di Sherlock Holmes, tappe importanti della tradizione anglo-sassone.
Essenzialmente tesa all'equilibrio e alla normalità, la ricerca del romanzo poliziesco delle origini serviva a ristabilire l'ordine e la normalità in una società rappresentata come improvvisamente sottomessa al disordine del crimine. Di preferenza crimine di sangue, la più grande delle trasgressioni, l'inammissibile contro cui l'investigatore è l'eroe che si batte per scoprire la soluzione dell'enigma; la sua ricerca e la sua lotta devono, nel finale, riportare l'ordine, l'equilibrio e la buona creanza in una società immutata, raramente criticata nelle sue basi nel testo di fantasia che ne scaturiva.

Col susseguirsi degli sviluppi e delle varianti introdotte nel romanzo poliziesco, presto diventò chiaro a molti autori che quelli che sono quotidianamente in contatto con l'inammissibile si trovano in seno alle organizzazioni di polizia. Nelle sezioni che indagano sugli omicidi. E pian piano il secondo eroe ricorrente che creerà il romanzo poliziesco del XX secolo sarà colui che è nel cuore stesso del sistema giudiziario: l'agente di polizia.
Si ritornava quindi alle fonti del romanzo poliziesco francese, con i poliziotti e le loro inchieste ufficiali, da Vidocq a Gaboriau. Modernizzati, ben inteso, adattati all'epoca dell'autore… per arrivare alla creazione magistrale del commissario Maigret ad opera di Simenon, personaggio di poliziotto che animerà circa 80 volumi a partire dalla fine degli anni Venti, la cui influenza fu enorme su questo genere di letteratura. Attraverso diversi percorsi, il personaggio centrale del poliziotto diventerà un elemento inevitabile del romanzo poliziesco, sia francofone che anglo-sassone.
Anche se la tradizione americana creerà uno degli archetipi più solidi del romanzo poliziesco moderno: il detective privato, quell'investigatore privato professionista alle prese con un mondo più realistico di quello dei suoi predecessori, che crede di essere a volte giustiziere e che non riesce in tutte le sue imprese, messo a dura prova dalla vita e da una società che non sempre accetta così come la scopre. Il versante americano del romanzo poliziesco finirà anch'esso per concentrarsi sul ruolo dello sbirro, sia nei thriller che mescolano azione e inchieste, sia nei romanzi noir. Lo slittamento verso il personaggio centrale dello sbirro si verificherà tanto più rapidamente che il mito del detective privato all'americana sarà « iper-sfruttato» nella letteratura poliziesca noir di ogni origine, e nei suoi pastiches, a partire dalla fine degli anni Cinquanta…

Senza dimenticare la sua magistrale trasposizione cinematografica a partire dagli anni Quaranta, un adattamento del personaggio del « privato » uscito direttamente dalla letteratura poliziesca americana hard-boiled e noir che darà vita ai primi capolavori del film noir. E ad una sovra-rappresentazione del mito del privato.

L'apparizione dell' 87° distretto di Ed McBain e dei suoi poliziotti – saga iniziata nel 1956 e proseguita fino ai giorni nostri- è uno dei sorprendenti esempi di questo ritorno del personaggio del poliziotto, dopo il regno del « privato ».
In più, a partire dagli anni Ottanta, si assisterà all'entrata in forza della polizia nei romanzi criminali anglo-sassoni, soprattutto americani. Ma questa volta i criteri di selezione si allargheranno, e il romanzo poliziesco recluterà medici legali, squadre speciali anti-tutto ciò che si può immaginare (dagli stupefacenti al terrorismo), poliziotti della « polizia delle polizie » (i famosi ‘Internal Affairs'), uomini della polizia giudiziaria, dei servizi di scorta, e così via.
Senza parlare dell'entrata in forza - negli anni Novanta - dei reparti scientifici delle diverse polizie, prolungamento sottile del medico legale, anch'egli avviato sul cammino del superlavoro nella letteratura poliziesca. D'ora in avanti sono gli esperti scientifici ad essere gli elementi-chiave privilegiati degli intrecci e della risoluzione degli enigmi.
Bisogna proprio arrendersi all'evidenza: la polizia ha letteralmente invaso il romanzo poliziesco della fine del XX secolo e dell' inizio del XXI secolo.

Senza dimenticare i feuilletons e le serie televisive poliziesche. Anche qui l'adesione è massiccia, in questo medium popolare dove le serie conoscono attualmente il successo di massa che apparteneva alla letteratura di genere durante il XX secolo fino alla metà degli anni Settanta, romanzi polizieschi compresi. I serial polizieschi che mettono in scena poliziotti-investigatori, commissariati, sbirri di strada e specialisti della polizia scientifica sono in costante espansione fin dagli anni Ottanta, al punto da essere onnipresenti negli attuali programmi TV francesi, inglesi e americani. Nessuno può più sfuggirvi.

Anche se, nell'abbondanza di romanzi e serie televisive che hanno lo sbirro come personaggio principale, si può trovare qualche autore che trae il proprio eroe ufficiale dai meandri più oscuri, se non del tutto noir, della società moderna, bisogna però riconoscere che la maggioranza delle storie che ci vengono raccontate ci ammanniscono di nuovo il pacificatore dei romanzi-enigma dei primi tempi, ma questa volta nelle vesti di un poliziotto, rinforzando così l'immagine della ricerca di normalità e di equilibrio nella società moderna ad opera un personaggio di cui questa è la vocazione ufficiale. E giurata.

Perché? Le nostre società attuali hanno talmente bisogno di rassicurazione che bisogna esibire l'immagine tranquillizzante del potere paternalista e repressore attraverso questa polizia di fantasia, un inizio di rassicurazione reclamata da un pubblico che solo in questo modo sembra trovarne un po'? L'esorcismo dei suoi demoni? Di quelli della società?

D'altra parte, il mistero – e la ricerca della sua soluzione - è una delle grandi componenti della psiche umana, un richiamo primordiale che viene dal fondo della nostra umanità, un'immagine deformata dalle domande esistenziali che albergano nel fondo di noi stessi. Questo mistero che mobilita, che è alla base della curiosità scientifica, delle superstizioni, delle religioni… e del romanzo poliziesco in generale. Il mistero che può essere interpretato e risolto dal mago. Come quegli investigatori scientifici così popolari, poiché utilizzano la magia, una conoscenza riservata alle loro caste e completamente impenetrabile da parte dell'uomo ordinario; è attraverso la magia che i suoi investigatori spiegano il mistero, che essi dipanano la crisi. Al lettore, o allo spettatore, è richiesta unicamente la fiducia. La rassicurazione è la ricompensa.

Nel frattempo, la polizia che ci circonda crede di essere moderna, senza che si sappia veramente quale dimensione dare a questo aggettivo. Certo, come per il passato, c'è una certa polizia che dovrebbe servire il cittadino direttamente, proteggendolo e aiutandolo. Se la strada è certamente il luogo in cui si vede meglio l'esercizio di tale capacità, a diretto beneficio del cittadino, negli altri campi in cui la polizia agisce, il suo ruolo e i suoi scopi restano molto generici ed aleatori. Invece, il potere ufficiale – qualunque esso sia - è rimasto il motore del braccio armato di questa polizia, un potere politico pronto a rivolgere l'arma contro coloro i suoi presunti protetti. Questa polizia « moderna » non ha saputo essere moderna se non per controllare meglio il cittadino, reprimerlo meglio, e proteggere meglio i super-benestanti e i detentori del potere. Come per il passato… Non cambia granché. Tranne il fatto che la modernità permette al potere politico di fare a gara per mettere una fifa nera alle menti deboli –sistematicamente e cinicamente, attraverso i mass media sempre meno indipendenti- e di condurli, gregge belante, a rivendicare ulteriori controlli « moderni » di cui saranno le prime vittime. Con lo zelo poliziesco come sfondo.

Non di rado pronta al peggio, senza molta responsabilità sulle questioni fondamentali, questa polizia in Europa vive sullo slancio della sua grande tradizione di fornicazione con l'« homo politicus ». Ma nel nostro censimento dei personaggi principali, non dimentichiamo gli psicologi di ogni sorta, alleati venuti in soccorso del potere giudiziario e dei tecnocrati. Psicologi che hanno attualmente invaso in forza i nostri romanzi detti polizieschi … per non parlare delle aule di tribunale nella vita reale. Altri gran sacerdoti di una falsa scienza che ha raggiunto lo statuto di religione nei nostri tempi moderni, questi psicologi, complici di tutte le manipolazioni mediatiche, supporto occulto della pubblicità, dei media televisivi e … della presentazione del politico all'elettore, sono onnipresenti, e anch'essi sono diventati i maghi della letteratura poliziesca attuale. Pensate ai vostri thriller e best-seller preferiti. E non finisce qui. Presto si farà appello a loro in forza: non si è appena « scoperto » che le stimmate del delinquente sono rilevabili fin dall'età di tre anni? Suppongo che presto si torneranno a misurare i crani e la lunghezza del naso, parallelamente ai test magici che si presume misurino la mente. Il loro avvenire è assicurato… L'alleanza del Mago e di Pinocchio. Nella realtà e nella finzione poliziesca. Nella nostra vita quotidiana…

Che l'agente della strada mi perdoni, ma non vedo una polizia vicina al cittadino, così cara alla propaganda politica. Invece, nel thriller e nel romanzo poliziesco tradizionale moderno, è onnipresente… Vi si vedono sbirri dappertutto!

La letteratura mainstream, che ha dato le dimissioni da più di cinquant'anni, non tratta più i veri problemi della società e non è di aiuto alcuno. Urge quindi riflettere sul romanzo noir, spesso molto pessimista, ma che sembra essere il solo ad aver trattato con lungimiranza i temi della corruzione, delle derive poliziesche e della vera lotta contro il Male e l'omicidio.

Il romanzo noir sarà il solo rimedio al virus poliziesco e alla febbre autoritaria, l'ultimo baluardo di fronte alla pandemia relativa alla pubblica sicurezza che amano diffondere gli apprendisti stregoni i quali, dall'alto del loro potere, si proclamano nostre guide e nostri protettori. E ci governano.


Carabinieri e Polizia

Simona Mammano

Simona Mammano, nata a Bologna, si è laureata in filosofia con una tesi sulla autonarrazione. Assistente Capo della Polizia di Stato, collabora con un magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna. È membro del direttivo del Siulp provinciale di Bologna, per il quale dal 1997 cura il premio Franco Fedeli, assegnato al miglior libro poliziesco italiano. Collabora per il Siulp al Laboratorio di Comunicazione per la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Urbino. È consulente di alcuni scrittori italiani. Per il mensile Polizia e Democrazia scrive articoli di attualità e tiene la rubrica L'angolo del giallo. Collabora con Thriller Magazine (www.thrillermagazine.it) e con la rivista trimestrale Delitti di carta, fondata da Renzo Cremante e Loriano Macchiavelli, curando la rubrica Procedure.

Mi sono sempre chiesta cosa pensasse la gente sull'utilità di avere due forze di polizia in Italia: i Carabinieri e la Polizia. Esiste anche la Guardia di Finanza, ma, per fortuna, ha compiti differenti. Intanto cosa intendo per “la gente”? Per noi in divisa è quell'insieme indifferenziato di persone che non appartengono alle forze dell'ordine: “i civili”, “i cittadini”, come vengono definiti. In un certo senso il mondo si divide secondo una cesura netta: “noi” e “loro”.

Ma, chi siamo “noi”, questa categoria che pone se stessa in alterità con i cittadini, nettamente divisa da tutte le altre? Questa separazione ci rende diversi dagli altri. Perché non ci sentiamo anche noi cittadini? Risentiamo così prepotentemente del potere che crediamo di avere sugli altri, così da non unirci a loro?

Tuttavia c'è un altro problema che rende il nostro lavoro più difficile, non di ordine interiore come il precedente ma pratico, che può tradursi in un'incomprensione tra noi e i cittadini. Si tratta di questo: all'interno di quel “noi” c'è un'ulteriore spaccatura, il “noi” polizia e il “noi” carabinieri. Benché abbiamo lo stesso compito di controllo e di indagine, e forse proprio per questo, agiamo in regime di concorrenza, vale a dire che un “noi” non sa cosa fa l'altro “noi”, per una sorta di schizofrenia. Mezzi e uomini (sempre troppo pochi) impiegati parallelamente, dove ognuno non può disporre delle informazioni che l'altra parte è riuscita a raccogliere su una stessa indagine.

Per trovare una forma di collaborazione, che altrimenti sarebbe impensabile, si è arrivati al punto che la mia città è stata divisa in spicchi con polizia e carabinieri che agiscono, in un quartiere o in un altro, secondo un calendario ben definito, naturalmente sconosciuto ai più. Il cittadino quindi chiama il 113 per la richiesta di un intervento e si sente rispondere dalla centrale operativa: “Oggi questa via è di competenza dei carabinieri, deve chiamare loro. Glieli passo direttamente?”. E' spiazzante.

Ovviamente ciò è necessario per ottimizzare il rapporto tra uomini e territorio, ma per le indagini come funziona? Ognuno per proprio conto.

Per usare una metafora che possa rendere l'idea, è come un rapporto competitivo tra fratelli, dove il genitore ha il compito di regolare i contendenti. Questo incarico ingrato è nelle mani del magistrato che segue l'indagine e, come un funambolo, deve mantenere i giusti equilibri, con indubbie doti diplomatiche.

Diventa quindi un'eterna corsa, dove i due “noi” si avvicendano in testa.

Ma in tutta questa gara cosa ci guadagnano “loro”, i civili, i cittadini? Possono tenere aggiornato il punteggio al cartellone, come in una partita di rugby, oppure iniziare seriamente a chiedersi quale sia l'utilità di questo spreco. E pretendere una risposta.


Il poliziotto anarchico e rivoluzionario

Maurizio Matrone

Maurizio Matrone (Verona 1966) è un poliziotto e lavora a Bologna. Dopo le Belle Arti si è laureato in Pedagogia. Pubblica romanzi polizieschi, racconti per antologie e riviste specializzate, opere per il teatro, l'arte e i ragazzi. Ha scritto anche saggi sul lavoro del poliziotto in materia minorile, sul cinema poliziesco e sceneggiature per la TV.
Erba Alta, Il mio nome è Tarzan Soraia (entrambi pubblicati da Frassinelli) e Delitti per le feste (ed. Aliberti) sono i suoi romanzi più recenti.
E' membro dell'Associazione Scrittori Bologna.

Ho sempre pensato che il poliziotto, il poliziotto ideale, dovesse essere semplicemente anarchico e rivoluzionario.
Anarchico, in quanto cultore della responsabilità, rivoluzionario in quanto ricercatore della verità.
Per queste mie affermazioni sono stato spesso tacciato di comunismo. Peraltro, nel mio ambiente lavorativo, è facile scambiare per bolscevico il lettore del quotidiano “la Repubblica”.
Oggi, che sono un po' meno idealista, vuoi per l'età, vuoi per la consapevolezza dovuta all'età stessa, mi sento un tantino più esigente.
Ho imparato, o almeno così credo, offrendo nient'altro che il mio punto di vista di poliziotto e cittadino, che sia la verità quanto la responsabilità, poiché esistenti in ragione delle loro aggettivazioni, e non potendo dimostrarsi assolute rispetto “a” un qualcosa, risultino ineluttabilmente insoddisfacenti per disegnare la figura del poliziotto ideale.
Il poliziotto che avevo esaltato, infatti, senza la tensione a qualificare, a dare un senso, alle sue virtù, non riuscirebbe a erigersi come esempio in un sistema poliziesco che si pone all'esatto contrario.
E pertanto, il poliziotto ideale, conscio della complessità che lo circonda, dovrebbe essere al più intenzionalmente anarchico e rivoluzionario.
Un poliziotto che, dunque, ricercando le verità, fa proprie le responsabilità.
E c'è una bella differenza.
La prima e ultima azione anarchica e rivoluzionaria della polizia italiana è da ricercarsi nel movimento che diede vita alla Legge 121/81 la quale, affrancando la polizia dal sistema militare rendendola un organismo laico e civile, istituì i sindacati (ma senza lo strumento dello sciopero) per i lavoratori della polizia, ribadì la centralità dell'organismo civile a capo della pubblica sicurezza, sancì la peculiarità dell'aspetto preventivo rispetto a quello repressivo, diede il via all'ingresso femminile e a una nuova figura investigativa altamente professionalizzata, l'ispettore.
Non voglio qui elencare quanto di irresponsabile e di reazionario è stato fatto dopo questa legge (capovolgendone in pieno lo spirito innovativo e propositivo), né spiegare i motivi politici che hanno permesso - e permettono - tutto questo.
Potrei cinicamente affermare che abbiamo la polizia che ci meritiamo, ma quello che mi preme è sollecitare una conoscenza, un'attenzione, più approfondita del mondo della polizia. Basti pensare che il poliziotto, il carabiniere, il finanziere dello Stato ha più doveri e meno diritti degli altri lavoratori, non ultima la disparità di trattamento in ambito disciplinare dove la parola del superiore vale più di quella del subalterno.
L'universo “sicurezza” dunque, popolato da una parte (quella statale) da poliziotti, carabinieri, finanzieri e penitenziari e dall'altra (quella locale e privata) dalle polizie municipali e vigilantes, gioca un ruolo determinante per la salute e la stabilità della nostra democrazia. Non solo. Il “bene” sicurezza – in tutte le sue accezioni - ha un prezzo elevatissimo dovuto a sprechi di risorse umane ed economiche e sfugge – in primis per la sua proverbiale non trasparenza - al “controllo” democratico.
Non vorrei, cioè, che in questa bizzarra guerra dei “programmi” elettorali, si accettino supinamente dei numeri miracolosi, delle statistiche straordinarie, dei proclami innovativi, delle improbabili fiction televisive, delle proposte demagogiche sul tema lontane dalla realtà.
E nemmeno vorrei mai percepire diffidenza o paura nei confronti della polizia perché significherebbe non vivere in un paese democratico.
Mi piacerebbe, insomma, che ciò che sembra non riescono ad essere i poliziotti, lo siano, visto che lo spazio ancora c'è, i cittadini.
Anarchici e rivoluzionari.
Cosicché anche i lavoratori/poliziotti/cittadini potranno riuscirci.
Ma per davvero e non solo idealmente.


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